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Vestigia
Il cancello aveva cambiato colore.
Il cardine, invece,
fece lo stesso suono.
Mi fermai.
Sul terzo gradino
cercai la tempera blu
rovesciata a nove anni.
La pietra aveva assorbito tutto.
Anche questo fa il tempo:
prende la nostra impronta
e la consegna alla materia.
In fondo al giardino
l’albero era cresciuto.
Un tempo le mie braccia
quasi chiudevano il tronco.
Adesso avrebbero raggiunto
appena metà della corteccia.
Gli anni erano lì.
Senza date.
Poi uscì una bambina.
Corse verso l’albero
con un ginocchio sporco di terra
e gli posò una mano addosso.
Guardai quel palmo.
Il tempo aveva la forma
di due mani
sulla stessa corteccia
a una vita di distanza.
La sua
cominciava a ricordare.
La mia
aveva già ricordato abbastanza.
Compresi una cosa più antica
della nostalgia:
possedere è soltanto
il nome provvisorio
che diamo all’appartenenza.
Avevo detto la mia casa,
il mio albero,
la mia stanza.
Intanto la vita
li custodiva per altri.
Anche noi siamo così:
riceviamo un posto,
un corpo,
qualche anno,
e li abitiamo.
Questo è tutto.
La bambina corse verso la porta.
Qualcuno da dentro
pronunciò il suo nome.
Lei entrò.
Io continuai per la strada.